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L’arte di fabbricare l’indiane

Delormois M., L’ arte di fabbricare l’indiane, a cura di Gagliardi Mangilli E., ed. Il Prato, collana Le matasse, 2008, 104 p., ill., brossura, 20,00 euro – ISBN: 978-88-6336-001-1

Le Indiane, edizioni Il PratoLa casa editrice padovana specializzata in restauro ha riproposto qualche anno fa, con la cura e l’introduzione di Elisa Gagliardi Mangilli, questo trattato settecentesco sulla stampa tessile, uno dei primi mai scritti sull’argomento. Si tratta di un libro la cui lettura è godibile e istruttiva, sotto molti punti di vista.
Tutti sappiamo che prima della rivoluzione industriale tutte le stoffe venivano colorate con quelli che siamo soliti chiamare colori naturali. Tinte ottenute grazie all’estrazione di principi coloranti da legni, frutti e radici, o, in qualche caso, da insetti e molluschi.
Nella vulgata corrente si pensa spesso che questi colori fossero delle innocue tisane, dei colorati decotti, un trionfo della natura! e che tutto quello che è avvenuto dall’invenzione di Perkin in poi sia una perversa ed incurante ricerca di sordidi benefici economici.
Basta dare una rapida lettura a qualcuna delle ricette raccolte dal diligente ‘colorista del Re’ Delormois per sfatare questo mito. Il testo è stato stampato per la prima volta nel 1770, quasi un secolo prima della nascita del primo colorante di sintesi.

Articolo XXVI. Maniera di fare il primo rosso per calancà. Solidissimo. Mette in un vaso di terra 7 once di allume di Roma pesto, un’oncia e mezzo di sale ammoniaco, un’oncia e mezzo di salnitro, un’oncia di arsenico rosso, o orpimento, passate ben bene il tutto, e stemperatelo assieme a 3 libbre d’aceto, e lasciatevelo per 24 ore. Dopo d’aver stemperato altresì nell’aceto un’oncia e mezzo di soda d’Alicante, pestata molto fine, la quale bisogna mescolare a poco a poco finchè ella non fermenti più, si versa sulla droghe dette di sopra. Aggiungetevi anche mezz’oncia di sal di saturno con 4 libbre e mezzo d’acqua. Fate bollire ogni cosa insieme, mescolando continuamente. Si gomma poi con l’amido, secondo il solito.

Non vi è traccia di pianta alcuna! Abbiamo invece una lista di composti chimici, con i loro suggestivi nomi tradizionali… Traducendo in un linguaggio più comprensibile: allume di rocca KAl(SO4)2 · 12H2O, cloruro d’ammonio: NH4Cl, nitrato di potassio KNO3, solfuro di arsenico As2S3, bicarbonato di sodio NaHCO3, acetato di piombo Pb(CH3COO)2. Oltre all’innocuo bicarbonato fra queste sostanze ve ne sono di velenose e pericolose per l’ambiente!
Nel trattato sono riportate anche ricette che riguardano la robbia, il guado ed il legno di campeggio, tecniche per riservare la stoffa e mantenerla bianca in determinate aree dopo la tintura con l’indaco.

Oltre alle ricette, immagino replicabili solo da specialisti in tinture storiche, nel testo si leggono molte notazioni interessanti. Innanzitutto si descrive un’industria in ascesa, nella quale il lavoro è affidato a più figure professionali: il disegnatore, l’intagliatore degli stampi in legno, il colorista e lo stampatore. Ad ognuno di essi l’autore dedica un capitolo.
Se i primi due sono degli abili disegnatori ed artigiani, il colorista è un tecnico estremamente specializzato che è in grado di controllare processi produttivi articolati e complessi. Erano molti i fattori che entravano in gioco: la capacità di mordenzare e preparare la stoffa per la stampa e la tintura, il saper estrarre i principi coloranti e controllare processi chimici e la capacità di fissare a dovere il colore, lavare e sbiancare le stoffe dopo la tintura; il tutto con cicli di lavorazione che potevano durare settimane.
Altri accorgimenti erano essenziali per una buona riuscita della stampa: il tavolo ben piallato e liscio, il metodo usato per inchiostrare gli stampi e la procedura stessa di stampa, in fasi successive. Alcune tinte si ottenevano per sovrapposizione, il disegnatore doveva tener presenti questi aspetti tecnici.
Molto godibili le annotazioni circa i temi e le ispirazioni dei disegnatori e la necessità che questi lavorino sapendo che «… si devono tener le medesime regole che per i disegni de’ drappi di seta…» dal momento che «… la mira de’ fabbricatori di indiane deve essere di rivestire bene le donne, e mobiliare gli appartamenti…» (dall’articolo I, pubblicato a pag. 35 della presente edizione.)

L’introduzione della curatrice è compilativa e in qualche caso ripetitiva, ma è essenziale per inquadrare storicamente la produzione di cotoni stampati in Europa, con la loro rapida e fortunatissima diffusione e con gli ostacoli posti dalla corporazioni dei tessitori lanieri in Inghilterra e dei setaioli francesi. Ottimi i glossari e gli apparati.

Eva Basile

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